Sotto lo sguardo del Pantocratore: vesti, santi e borghi nel racconto medievale
Le immagini medievali non parlano mai attraverso un solo linguaggio. Parlano con i gesti, con gli sguardi, con la posizione delle figure, con i colori, con gli abiti, con gli attributi dei santi, con la disposizione delle scene nello spazio della chiesa. Questo numero della Rivista Digitale di ChieseRomaniche.it invita a entrare proprio in questa rete di segni, seguendo un percorso che va dai dettagli del vestiario al cuore dell’immagine sacra, dai cicli affrescati ai borghi, dai santi agli edifici che ancora ne conservano la memoria.
Il punto di partenza è il nuovo documento di Giancarla Rosso dedicato ai Codici nascosti nell’abbigliamento medievale. Un tema apparentemente laterale, come quello delle vesti, diventa una chiave preziosa per leggere affreschi e pitture tra Medioevo e Rinascimento. Guarnacche, pellande, giornee, farsetti, gamurre, balzi, mazzocchi, copricapi, barbe e acconciature non sono semplici dettagli decorativi: sono indizi di ruolo, condizione sociale, età, appartenenza, potere, prestigio e identità. Attraverso questi elementi, le immagini restituiscono non solo la storia dell’arte, ma anche la storia materiale delle comunità che le hanno prodotte e osservate.
Da questa attenzione ai particolari nasce naturalmente il passaggio a San Fiorenzo di Bastia Mondovì, uno dei grandi luoghi dell’arte tardomedievale piemontese. La chiesa, spesso definita la “Cappella Sistina” piemontese, offre infatti un caso straordinario di racconto per immagini: oltre trecento metri quadrati di affreschi nei quali episodi sacri, figure di santi, scene morali, vizi, virtù, opere di misericordia e rappresentazioni dell’aldilà si intrecciano in un programma figurativo di rara ampiezza. In questo contesto, anche gli abiti e le figure diventano parte del racconto: aiutano a riconoscere personaggi, ruoli, gerarchie e intenzioni narrative.
L’approfondimento di Piero Balestrino su Tre Cappelle e una Chiesa in valle Tanaro – Bastia e Cigliè permette di collocare San Fiorenzo in un paesaggio più ampio, fatto di strade, cappelle, committenze, memorie locali e percorsi di valle. La chiesa non appare così come un monumento isolato, ma come parte di un sistema territoriale in cui architettura, pittura e viabilità storica concorrono a restituire la profondità culturale dell’area monregalese.
Dalle figure vestite si passa poi al cuore dell’immagine sacra: il Pantocratore. La scheda di glossario, l’approfondimento d’autore e l’articolo di Giancarla Rosso dedicato al Cristo Pantocratore accompagnano il lettore nella lettura di una delle iconografie più riconoscibili dell’arte romanica e gotica. La mandorla, il gesto benedicente, il libro, il Tetramorfo, i colori dell’abito e la collocazione nel catino absidale non sono elementi casuali, ma componenti di un linguaggio visivo costruito per comunicare presenza, autorità, insegnamento e centralità simbolica.
In questo percorso si inserisce anche la cappella valdostana di San Massimo a Viran, nel comune di Challand-Saint-Victor. Qui la dimensione raccolta dell’edificio si unisce alla ricchezza del ciclo pittorico attribuito a Giacomino da Ivrea, con il Cristo in mandorla, il Tetramorfo, gli apostoli e le figure dei santi. La cappella diventa così un esempio efficace di come anche un piccolo edificio rurale possa custodire un programma figurativo complesso, capace di raccontare la diffusione della pittura tardomedievale nell’area alpina occidentale.
Partendo dalla Chiesa Cimiteriale di San Giovanni Battista e dal suo Pantocratore, il numero allarga poi lo sguardo al territorio attraverso Roccaverano, protagonista della rubrica Borghi e memorie di pietra e arte. Il borgo si inserisce con naturale coerenza nel percorso della rivista: non come semplice cornice paesaggistica, ma come luogo in cui architettura, storia locale, paesaggio e memoria concorrono a costruire una sintesi identitaria. Dopo l’osservazione ravvicinata delle immagini e dei loro significati, Roccaverano invita ad ampliare la prospettiva verso il contesto in cui chiese, cappelle e testimonianze artistiche continuano a dialogare con il territorio.
La conclusione è affidata a San Matteo, apostolo ed evangelista, figura centrale per comprendere il rapporto tra immagine, testo e simbolo. Nella scheda agiografica e nell’approfondimento di Giancarla Rosso, Matteo emerge nella sua duplice dimensione: personaggio della tradizione cristiana e figura iconografica riconoscibile attraverso l’uomo alato, il libro, la penna, il portamonete e gli attributi legati alla sua storia. Il suo richiamo agli Evangelisti chiude idealmente il cerchio aperto dal Pantocratore e dal Tetramorfo, riportando il lettore al rapporto profondo tra racconto, immagine e memoria visiva.
Questo numero invita dunque a guardare le immagini medievali con maggiore attenzione. Non solo per ammirarne la bellezza, ma per riconoscerne i codici: una veste, un volto, uno sguardo, un libro, un gesto, un animale simbolico, una mandorla, un santo, una cappella, un borgo. Ogni elemento può diventare una chiave di lettura, se inserito nel suo contesto storico, artistico e territoriale.
ChieseRomaniche.it, con questo numero, continua il lavoro di documentazione e valorizzazione con lo stesso intento che ne guida il percorso da 33 anni: offrire strumenti di conoscenza, non semplici suggestioni; restituire contesto ai luoghi, non soltanto immagini; aiutare il lettore a riconoscere nel patrimonio sacro piemontese e valdostano una trama viva di arte, storia e cultura.
Vi auguriamo una piacevole lettura e non vediamo l’ora di ritrovarvi nel prossimo appuntamento di ottobre, per proseguire insieme questo lungo viaggio nel patrimonio storico-artistico del Piemonte e della Valle d’Aosta.
Marco Actis Grosso
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Giancarla Rosso, Codici nascosti nell’abbigliamento medievale, Documenti di ChieseRomaniche.it, n. 30, settembre 2026, 53 pagine, scaricabile liberamente.
Con questo nuovo documento - il trentesimo pubblicato - Giancarla Rosso propone un contributo di particolare valore per la lettura dell’iconografia medievale e rinascimentale nelle chiese del Piemonte e della Valle d’Aosta.
Una guida preziosa da consultare o ascoltare mentre si ammirano affreschi e pitture.
Il tema dell’abbigliamento, spesso considerato un dettaglio secondario, diventa qui una chiave interpretativa fondamentale per comprendere società, gerarchie, ruoli, età, condizioni economiche, appartenenze religiose e modelli culturali tra XIV e XVI secolo.
Il percorso prende avvio dal Trecento, con l’analisi di guarnacche, pellande, giornee, cioppe, mantelli, calze, copricapi e maspilli, mostrando come la nascita della moda medievale sia strettamente legata alla trasformazione della società urbana, all’ascesa della borghesia mercantile e alla volontà dei ceti più agiati di rendere visibile il proprio status.
Il Quattrocento introduce poi il farsetto, le calze aderenti, le gamurre, i balzi, i mazzocchi e le maniche staccate, elementi che rivelano una nuova attenzione per il corpo, per l’apparenza e per i codici della distinzione sociale.
Il documento dedica ampio spazio anche al Rinascimento, al rapporto tra broccati, armature e cultura di corte, alle vesti dei religiosi e agli abiti monastici, fino al capitolo conclusivo su barbe, capelli, acconciature e cappelli.
Ne emerge un repertorio ricchissimo, nel quale ogni dettaglio - una cintura, una piega, una manica, un copricapo, una tonsura, una barba o una calza divisata - diventa un segno da interpretare, un indizio utile per leggere le immagini con maggiore consapevolezza.
Il valore del lavoro sta anche nell’ampiezza degli esempi iconografici richiamati: dalla Cappella del Conte a San Giorio di Susa a San Fiorenzo di Bastia Mondovì, da San Nazaro Sesia a Staffarda, da Roccaverano a Bussoleno, da Lusernetta a Verrayes, da Aosta a Fénis.
Gli affreschi delle chiese e delle cappelle piemontesi e valdostane diventano così un grande archivio visivo, capace di documentare non solo la storia dell’arte, ma anche la storia materiale del vivere quotidiano, del potere, della rappresentazione e dell’identità sociale.
“Codici nascosti nell’abbigliamento medievale” è quindi molto più di un approfondimento sulla moda del passato: è uno strumento di lettura storico-artistica che aiuta a riconoscere nei dipinti medievali e rinascimentali un linguaggio complesso, fatto di forme, colori, tessuti, gesti e ornamenti.
Un documento prezioso, che invita a osservare gli affreschi con occhi nuovi e a cogliere, dietro l’apparente bellezza delle vesti, la fitta rete di significati che l’immagine medievale affidava all’abito.
La Chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì è uno dei più importanti monumenti storico-artistici del Piemonte.
Sorge in una tranquilla area rurale e rappresenta una preziosa testimonianza della cultura figurativa e dell’arte medievale.
Le sue origini risalgono a prima dell’anno Mille, quando era una semplice cappella costruita, secondo la tradizione, sulla tomba di San Fiorenzo, martire della Legione Tebea.
Nel corso dei secoli la chiesa venne ampliata e trasformata.
Tra il XIV e il XV secolo fu realizzata l’attuale navata gotica, mentre l’antica cappella divenne il presbiterio.
Nel 1472, grazie a Della Torre, l’interno venne decorato con uno straordinario ciclo di affreschi.
Gli affreschi coprono una superficie maggiore di 300 metri quadrati e costituiscono il più vasto ciclo pittorico medievale conservato in Piemonte.
Le pareti raccontano episodi della vita di Gesù, di San Fiorenzo e di Sant’Antonio Abate, oltre a rappresentazioni del Paradiso, dell’Inferno e delle opere di misericordia.
Queste immagini avevano una funzione didattica e narrativa: attraverso una sorta di “Bibbia dei poveri”, permettevano anche alle persone analfabete di conoscere i racconti biblici e agiografici.
Oggi la Chiesa di San Fiorenzo è considerata un autentico gioiello dell’arte gotica piemontese e attira visitatori, studiosi e appassionati d’arte da tutta Italia.
La sua straordinaria ricchezza pittorica e il suo valore storico la rendono uno dei luoghi più affascinanti del territorio monregalese.
Approfondimento d'Autore
A cura di Piero Balestrino
Piero Balestrino, Tre Cappelle e una Chiesa in valle Tanaro – Bastia e Cigliè, Documenti di ChieseRomaniche.it, n. 20, ottobre 2025, 60 pagine, scaricabile liberamente.
La chiesa del mese conduce in Valle Tanaro, a Bastia Mondovì, dove la cappella di San Fiorenzo rappresenta una delle testimonianze più straordinarie della pittura tardomedievale del Piemonte meridionale.
Situata accanto al cimitero, lungo un percorso legato alle antiche vie di comunicazione tra la pianura, le Langhe e il mare, la cappella conserva un ciclo affrescato di eccezionale ampiezza e complessità, realizzato nel 1472 per iniziativa del signore di Carassone.
Il documento di Piero Balestrino accompagna il lettore alla scoperta di questo edificio, ricostruendone la storia a partire dal nucleo più antico, sorto come piccola edicola legata alla memoria di San Fiorenzo, fino agli ampliamenti quattrocenteschi che portarono alla realizzazione dell’aula rettangolare, del campanile e del vasto apparato decorativo interno.
Particolare rilievo è dedicato agli affreschi, che trasformano la cappella in un vero racconto per immagini.
Le storie di San Fiorenzo, Sant’Antonio Abate, della Vergine e della Passione di Cristo si sviluppano sulle pareti con una ricchezza narrativa che consente di leggere la cultura figurativa, la mentalità e la funzione didattica dell’arte sacra nel Quattrocento.
Di grande interesse è anche la contrapposizione tra Gerusalemme celeste e Inferno, con la rappresentazione delle opere di misericordia, dei vizi capitali e delle punizioni dei dannati: un insieme iconografico complesso, pensato per parlare in modo immediato a una comunità di fedeli, pellegrini e viandanti.
La scheda inserisce San Fiorenzo in un percorso più ampio dedicato alla Valle Tanaro, affiancandola alle cappelle di San Rocco, San Giorgio e San Dalmazzo a Cigliè.
Ne emerge un territorio ricco di piccoli edifici, spesso appartati, ma capaci di conservare cicli pittorici, tracce architettoniche e memorie storiche di grande valore.
La cappella di San Fiorenzo si distingue però per la vastità e la qualità del suo programma decorativo, che ne fa una tappa imprescindibile per comprendere il patrimonio storico-artistico dell’area monregalese.
La chiesa del mese diventa così l’occasione per riscoprire non solo un monumento, ma un sistema di immagini, strade, committenze e racconti che restituisce la profondità culturale della Valle Tanaro.
San Fiorenzo appare come un archivio dipinto del tardo Medioevo piemontese: un luogo in cui architettura, pittura e territorio si intrecciano in modo particolarmente efficace, offrendo al visitatore una lettura intensa e sorprendente della storia locale.
Pantocratore - Scheda di glossario
La scheda di glossario dedicata al Pantocratore presenta una delle immagini più riconoscibili dell’arte medievale: il Cristo glorioso raffigurato generalmente nelle cupole o nel catino absidale delle chiese.
La figura, spesso a mezzo busto, tiene nella mano sinistra un libro e alza la destra in gesto benedicente, secondo un’iconografia che unisce autorità, insegnamento e centralità della parola.
Particolare rilievo assumono i colori dell’abito: la tunica rossa e il manto blu rimandano alla duplice natura di Cristo, divina e umana.
La scheda offre così una chiave essenziale per riconoscere e interpretare questa figura negli affreschi romanici e gotici del territorio, come nel caso del Pantocratore di Santa Maria di Pulcherada a San Mauro Torinese.
Approfondimento d'autore
A cura di Giancarla Rosso
Pantocratore
La scheda di Giancarla Rosso approfondisce il significato del termine “Pantocratore”, traducibile come “Colui che ha potere su tutto”, e ne ricostruisce la fortuna iconografica dalle origini orientali e bizantine fino alla diffusione nelle chiese romaniche.
L’immagine del Cristo Pantocratore, spesso collocata nel catino absidale, domina la scena come figura maestosa, inserita nella mandorla iridata, con tunica rossa e mantello blu a richiamare la doppia natura umana e divina.
L’approfondimento analizza i principali elementi iconografici: la mano destra levata, interpretata come gesto benedicente e didattico, la mano sinistra che regge il libro aperto con la formula “Ego sum lux mundi”, il possibile globo, la lampada o altri attributi simbolici.
Particolare attenzione è dedicata anche al Tetramorfo, cioè ai quattro Evangelisti rappresentati attraverso i loro simboli: l’uomo o angelo per Matteo, il leone per Marco, l’aquila per Giovanni e il bue o vitello per Luca.
La scheda mostra come il Pantocratore non sia soltanto una figura centrale dell’arte sacra medievale, ma un’immagine complessa, costruita attraverso gesti, colori, forme e simboli.
Gli esempi richiamati, tra cui Gressan, Mondovì Piazza e Vezzolano, aiutano a leggere questa iconografia come uno dei grandi codici visivi del romanico, capace di unire tradizione orientale, cultura biblica e linguaggio figurativo dell’Occidente medievale.
Articolo
A cura di Giancarla Rosso
Il Cristo Pantocratore è una delle immagini più potenti della pittura romanica e gotica, posta nel catino absidale come segno di presenza, autorità e misericordia.
L’articolo ne ricostruisce i principali significati simbolici, a partire dalla mandorla iridata, dalla gestualità benedicente, dal libro tenuto nella mano sinistra e dal rapporto con il Tetramorfo degli evangelisti.
Ne emerge una figura che unisce potenza divina e vicinanza umana, capace di parlare ai fedeli attraverso uno sguardo solenne ma anche protettivo.
Il percorso si arricchisce poi con una scelta di affreschi piemontesi e valdostani, nei quali il Pantocratore assume forme diverse ma conserva intatta la sua forza iconografica. È così che questa immagine, attraversando secoli e territori, continua a raccontare il cuore dell’arte sacra medievale.
La Cappella di San Massimo nella frazione Viran di Challand-Saint-Victor è uno dei piccoli edifici sacri valdostani in cui la dimensione raccolta dell’architettura si unisce a una decorazione pittorica di eccezionale rilievo. La sua importanza non dipende da una monumentalità esterna, ma dalla qualità del ciclo figurativo che conserva e dall’antichità della sua presenza nel tessuto religioso locale. La cappella è infatti anteriore al Quattrocento e la tradizione la ricorda come la prima chiesa di Challand.
Il momento decisivo della sua storia artistica coincide con il 1441, anno attestato da un’iscrizione dipinta all’interno, quando l’edificio venne decorato da Giacomino da Ivrea, tra i protagonisti più significativi della pittura murale tardomedievale nell’area alpina occidentale. La cappella di Viran si inserisce così pienamente nel corpus valdostano del maestro, che proprio in quegli anni lasciò opere in diversi luoghi della regione.
Già la facciata introduce con chiarezza il valore del complesso. Al centro compare la Vergine con il Bambino in trono, affiancata da san Michele con spada e bilancia, da sant’Antonio abate e da un santo identificato in modo dubbio con san Bernardo d’Aosta. Si tratta di una composizione di forte evidenza devozionale, costruita secondo un impianto saldo e frontale, nel quale le figure si stagliano con nettezza e assumono una funzione immediatamente riconoscibile per chi accedeva alla cappella. Un tempo era visibile anche un’iscrizione collocata sulla pedana del trono della Vergine, che tramandava il nome del committente, oggi non più leggibile.
All’interno, il nucleo più alto della decorazione si concentra nell’abside e nell’arco trionfale.
Nel catino absidale è raffigurato il Cristo in mandorla, circondato dal tetramorfo, con i simboli dei quattro evangelisti. Sulla parete si susseguono invece le figure dei dodici apostoli, affiancate dai santi Massimo e Sigismondo. Il programma iconografico unisce quindi una forte impostazione cristologica alla presenza di figure santorali che radicano la decorazione nella devozione locale e nella funzione liturgica dell’edificio.
L’attribuzione a Giacomino da Ivrea trova conferma anche nelle caratteristiche tecnico-stilistiche del ciclo.
La pittura presenta infatti alcuni elementi tipici della sua maniera: la frontalità delle figure, i contorni marcati, i panneggi semplificati, la costruzione delle scene entro partiture decorative ben evidenti e l’uso di motivi ornamentali ottenuti anche a mascherina.
A questi aspetti si unisce una tecnica esecutiva che alterna il lavoro a fresco all’impiego di pigmenti stesi a secco, secondo modalità ben riconoscibili nella produzione del maestro.
La cappella di San Massimo assume perciò un rilievo che supera la dimensione locale.
Essa costituisce una testimonianza particolarmente chiara della diffusione della pittura di Giacomino in Valle d’Aosta e permette di osservare da vicino il modo in cui, nella prima metà del Quattrocento, una cappella rurale potesse diventare supporto di un programma figurativo colto, coerente e fortemente leggibile.
In questo equilibrio tra semplicità architettonica e ricchezza iconografica si riconosce il carattere più autentico di San Massimo, piccolo edificio ma documento di primissimo interesse per la storia artistica valdostana.
Pantocratore nella
Chiesa Cimiteriale di San Giovanni Battista
a Roccaverano (CN)
Roccaverano - Pietra e arte nella capitale della Langa Astigiana
A cura di Grazia Salinelli
Roccaverano, il comune più elevato della provincia di Asti, domina la Langa Astigiana dalla collina che separa la valle Bormida di Millesimo da quella di Spigno.
L’articolo accompagna alla scoperta di un borgo in cui storia feudale, architettura, arte e paesaggio si intrecciano in modo particolarmente ricco: dal centro storico raccolto attorno a piazza Barbero alla parrocchiale di Santa Maria Annunziata, capolavoro rinascimentale di impronta bramantesca, fino alla Torre medievale, al castello e al sistema delle torri che per secoli hanno segnato il controllo del territorio.
Il percorso si estende poi alle testimonianze diffuse nei dintorni: la chiesa di San Giovanni Battista, con il grande ciclo di affreschi gotici del Maestro di Roccaverano e il Cristo Pantocratore, la solitaria Torre di Vengore, le architetture rurali di Garbaoli, la chiesa di San Rocco e il paesaggio dei calanchi, modellato da acqua, vento e antichi fondali marini.
Ne emerge il ritratto di una capitale di pietra e arte, dove torri, chiese, sentieri e memorie del Roccaverano DOP raccontano l’identità profonda della Langa Astigiana.
Podcast - Il paradiso fiscale medievale di Roccaverano
Il Podcast illustra le peculiarità storiche, artistiche e gastronomiche di Roccaverano, borgo collinare considerato il fulcro della Langa Astigiana.
Attraverso un itinerario dettagliato, il testo esplora le architetture religiose e militari, ponendo l'accento sulla Torre medievale e sulla chiesa di Santa Maria Annunziata, capolavoro rinascimentale d'impronta bramantesca.
Viene dato ampio spazio alle vicende feudali che hanno modellato il territorio, citando famiglie influenti come i Del Carretto e gli Scarampi.
La narrazione integra inoltre l'eccellenza culinaria della Robiola DOP, unico formaggio caprino storico italiano a ricevere tale riconoscimento.
Infine, la guida descrive il suggestivo scenario naturale circostante, caratterizzato dai fenomeni erosivi dei calanchi e da antichi sentieri immersi nei boschi.
San Matteo - Scheda agiografica
La scheda dedicata a San Matteo apostolo raccoglie le informazioni essenziali per riconoscere questa figura negli affreschi e nei dipinti del territorio.
Matteo, ricordato come apostolo ed evangelista, viene identificato dalla tradizione con il pubblicano di Cafarnao, doganiere o collettore di imposte, chiamato a diventare uno dei dodici discepoli.
Dal punto di vista iconografico, San Matteo è riconoscibile soprattutto attraverso l’angelo o uomo alato, simbolo legato all’inizio genealogico del suo Vangelo.
Altri attributi ricorrenti sono il libro dei conti, la borsa di monete e l’alabarda.
Nella scheda si trovano inoltre diverse raffigurazioni presenti in Piemonte e Valle d’Aosta, tra cui Lusernetta, Favria, Orta San Giulio, Roccaverano, Vicolungo, Casalvolone, Challand-Saint-Victor e Gressan, confermando il valore della figura nel repertorio iconografico documentato da ChieseRomaniche.it.
Approfondimento d'autore
A cura di Giancarla Rosso
San Matteo: dal banco delle imposte al simbolo dell’Evangelista
La scheda di Giancarla Rosso è dedicata a San Matteo, nato come Levi di Alfeo e ricordato dalla tradizione come pubblicano a Cafarnao, lungo la Via Maris, importante arteria commerciale tra Oriente e Mediterraneo.
Il testo ripercorre il passaggio da esattore delle imposte ad apostolo, mettendo in evidenza il significato del nome Matteo, “dono di Dio”, e il ruolo attribuito alla sua figura nella formazione delle prime comunità cristiane.
L’approfondimento si sofferma poi sulla tradizione agiografica, dalla predicazione alle ipotesi sui viaggi nel Ponto, in Persia e in Etiopia, fino al racconto del martirio tramandato dalla Legenda Aurea.
Ampio spazio è dedicato anche al Vangelo attribuito a Matteo, legato alla volontà di presentare Gesù come compimento dell’Antico Testamento e come riferimento per la vita della comunità.
Dal punto di vista iconografico, San Matteo è riconoscibile nelle absidi romaniche accanto agli altri Evangelisti, spesso intento a scrivere il proprio Vangelo e accompagnato dall’angelo o uomo alato, simbolo collegato all’inizio genealogico del suo testo.
Altri attributi ricorrenti sono la spada del martirio, il portamonete e il libro dei conti, memoria del mestiere di pubblicano, oltre al libro e alla penna che lo identificano come Evangelista.
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ChieseRomaniche.it, Sotto lo sguardo del Pantocratore: vesti, santi e borghi nel racconto medievale, Rivista Mensile Digitale, n. 69, settembre 2026.
Disponibile all’indirizzo: www.chieseromaniche.it/Rivista/Chiese-Romaniche-Gotiche-Rinascimentali-Piemonte-Valle-dAosta-Rivista-69-Settembre-2026.htm